Gennaio 8, 2020 Nessun commento

Sapevate che per iscriversi a Instagram bisogna avere almeno 13 anni? E per chattare su Whatsapp addirittura 16? Eppure conosciamo sicuramente tutti bambini e adolescenti di età inferiore che usano internet e i social in maniera piuttosto disinvolta. Le regole in rete ci sono, ma spesso siamo noi i primi semplicemente a non conoscerle o, peggio, a non metterle in pratica.

È stato questo l’incipit del corso di formazione di prevenzione al bullismo e al cyberbullismo tenuto dagli esperti di Pepita e Aica – Associazione italiana per l’informatica e il calcolo automatico a dicembre ad Andria, Castellana Grotte e Casarano nell’ambito degli appuntamenti del progetto GEC organizzati dall’Anspi Puglia.

Si tratta di un fenomeno di fronte al quale non è più possibile girarsi da un’altra parte. Al contrario è necessario dotarsi delle competenze e degli strumenti per riconoscerlo e combatterlo. Perchè di cyberbullismo si può morire, come dimostra la storia di Carolina Picchio, alla quale è dedicata la prima legge in materia in Europa, votata all’unanimità nell’aula di Montecitorio a maggio del 2017 ed entrata in vigore il successivo 18 giugno. È una norma di tipo preventivo a tutela dei minori, scritta pensando alle vittime, ma anche al riscatto di quei ragazzi che, spesso inconsapevolmente, danneggiano i propri coetanei attraverso le piattaforme digitali, complici la leggerezza dovuta all’ignoranza, la percezione dell’anonimato e la scarsa considerazione delle conseguenze potenzialmente devastanti.

Carolina è una 14enne intelligente, altruista e sportiva. Nel novembre 2013, durante una serata con gli amici nella quale ha bevuto un po’ troppo, si chiude in bagno e perde conoscenza. Un gruppo di ragazzi l’accerchia e simula con lei atti sessuali. La scena è ripresa in un video realizzato con l’intento di screditarla, che viene diffuso prima nelle chat private, poi sui social network con inevitabile corollario di insulti e commenti denigratori.

E Caro, che non ricorda neanche cosa sia davvero successo quella sera, non ce la fa a resistere all’umiliazione. Nella notte tra il 4 e il 5 gennaio si toglie la vita gettandosi dalla finestra della sua cameretta. «Le parole fanno più male delle botte», scrive nel suo ultimo, drammatico messaggio. E aggiunge: «Ciò che è accaduto a me non deve più succedere a nessuno». Un appello che il padre Paolo Picchio accoglie da quel momento in poi come una vera e propria missione, attraverso la Fondazione dedicata alla figlia, con la quale si occupa di formazione e sensibilizzazione sul tema, specie con i ragazzi delle scuole, ma anche con le famiglie e gli educatori.

Il target più a rischio cyberbullismo è quello tra gli 11 e i 14 anni, con un preoccupante abbassamento della media negli ultimi tempi. Spesso la difficoltà maggiore di questi ragazzi nel chiedere aiuto ai propri genitori o agli insegnanti, in generale a chi appartiene alle generazioni precedenti, sta nel fatto che “non capirebbero”. Come si può parlare a una mamma o a un papà di screenshot, di Tik Tok o di Daredevil selfie, se loro per primi si rivolgono ai figli per risolvere basici problemi coi propri smartphone?

Ecco perché è importante essere informati, rimanere – per quanto possibile – al passo coi tempi. Ma la vera e più duratura soluzione è stabilire, in primis in famiglia, ma non solo, un patto educativo forte e serio. Perché i ragazzi le regole le vogliono. E a modo loro le chiedono. Ma i no bisogna motivarli, altrimenti perdono valore. I genitori, oltre a conoscere il funzionamento di Internet e dei suoi meandri, devono fissare limiti sull’età e sull’uso che se ne fa; non aver paura di fare domande sulle modalità di utilizzo; non delegare il controllo.

E soprattutto devono parlare con i propri figli. Dialogare con loro e ascoltarli. Con attenzione totale, non mentre fanno altro, magari con lo sguardo assente fisso sul telefonino. Ma guardandoli dritti negli occhi.

Written by Amministratore